



Voglio soffermarmi prima sull'idea, sul concetto e poi sulla reale incidenza del gay pride nella vita delle persone. Il concetto di "Orgoglio Gay" viene risolto in molti modi differenti.C'è chi dice "Che bisogno c'è di essere orgogliosi per qualcosa di così personale come le scelte sessuali?",chi invece si interroga sull'impatto delle manifestazioni Gay sulle masse di astanti.






http://www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/puntivendita/negozi/trova/piemonte/Libri-e-Musica-Torino.html 

Questa è la copertina"nuova"di Elenoir. Nuova nel senso che è cambiata la grafica,ma sempre la stessa, familiare immagine che ormai conoscete benissimo. E' così che la troverete in libreria o su internet.
Signori e signoreeeeeeee!In questa lo sarà a breve
La prima presentazione ufficiale è prevista per il 7 marzo alle ore 17.30, a Forlì nella Libreria Mondadori del MEGAforlì,in C.so della Repubblica 144 (Tel. 0543 370738 Fax.054329068 megaforli@libreriacappelli.it). Poi ce ne saranno altre che non mancherò di ricordare su questo blog. Questa che vedete è la prima delle illustrazioni del libro (ce ne sono 50) ed in occasione delle varie presentazioni sarà mio piacere realizzare degli schizzi per chiunque voglia acquistare una copia di Elenoir.
Oggi, qui a Roma, piove di brutto, con tuoni e fulmini.Nella mia fantasia è il mio papà artistico che mi manda fiori elettrici sparsi per il cielo. Grazie di tutta l'ispirazione che mi hai dato, Charles, continua ad ispirarmi dalle tue nuvole nere e cariche di tuoni e fulmini, spero di non deluderti mai! :-)
Un enormissimo grazie alla casa editrice, che quotidianamente fa sentire l'emozione e la trepidazione per il mio piccolo libro!
Buon S.Valentino a tutte e tutti gli innamorati...
Karina aveva ragione...serve solo un po' di tempo.

Ecco un'altra incisione che, visto il momento, ci sta troppo bene.
Vi ricordate delle incisioni che avevo realizzato ispirandomi al romanzo di Elenoir?(vedi Mostra)
E' presto...questa notte ha fatto freddissimo, aggiungerò una coperta al letto perchè una non basta. Inizio a tirare giù le prime linee di quello che mi occuperà da adesso a chissà quando. Molte cose sono cambiate e molto sono cambiata io da quando è iniziata l'avventura con Ele, che è diventata il simbolo del mio coming out... io la mia parte l'ho fatta, ora che si comporti bene e che faccia amicizia con brave persone, tante brave persone.


Le incisioni ispirare ad Elenoir saranno esposte per la prima volta in questa galleria , la Neo Art Gallery(l'indirizzo è in basso). Venite a Curiosare!

Per il resto qualche sospiro(ah,l'amour!) ma tanta voglia di andare avanti in tutto!
È Gaetano Pollastri il narratore - un po' santone e un po' ubriacone dell'avventurosa epopea di Igor(r) Porcu, giovane studente aspirante etnologo dedito al pensiero anarchico. In un paesaggio rurale fra il sogno e la leggenda Igo(r) viene coinvolto nella lotta fratricida fra due borghi limitrofi, incrociando nel suo cammino fattucchiere, suini filosofi, ninfe e preti eterodossi, fino all'epilogo catartico e velatamente esoterico in cui il Pollastri lascia ai lettori il proprio testamento poetico ed esistenziale. Un romanzo grottesco e poetico, una storia di formazione e di perdizione, una visione del passato e della modernità che sorprende ed affascina ad ogni pagina.
Pre-scriptum: Lo stile scelto per le illustrazioni interne del romanzo di Elenoir è quello di questa immagine con Valentine e Ivory...spero che vi piaccia....

Ed eccoci di nuovo qui, seduti davanti ad uno schermo a pensare a quanto di buono si è fatto nel 2007 e quanto si potrà fare nel 2008... Per quanto mi riguarda i propositi son sempre gli stessi ma per Elenoir c'è un proposito in particolare.Trovarle un editore oppure avviare l'autoproduzione per Lucca prossima...E poi passare ad un altra storia,ad altri personaggi...





Siete in una stanza vuota e bianca. Vuota nel senso che, a parte voi, l’unica cosa che contiene è una cassettiera di legno scuro. Cio’ vuol dire che non è proprio vuota vuota…Va bene, quasi vuota.
Ma fatevi mordere dal tarlo della curiosità, entrate, non state così, fermi sulla soglia…Vi guardate intorno e fate dei calcoli su quanto può essere grande la stanza. Sarà un dodici metri quadrati…manco tanto grande. Alle pareti non ci sono finestre il che la rende un po’ claustrofobica, ma a voi non importa visto che l’unica cosa che potete fare, arrivati a questo punto, è avvicinarvi alla cassettiera. E magari sbirciarvi dentro, questione di pochi minuti.
Come dicevamo è di legno scuro e, ora che siete più vicini, potete scorgere delle targhette, una su ognuno dei cassetti. Non sono molto grandi, quindi per leggere quello che c’è scritto, dovete avvicinarvi. Su, dai, non vi costa fatica…Pochi passi ed eccovi davanti alla cassettiera.
Quello che leggete è:
Cassetto 1: Perché la bionda deciderà di suicidarsi.
Cassetto 2: La vita difficile di un gatto dal colore bianco.
Cassetto 3: The only thing that we have in common ( L’unica cosa che abbiamo in comune ).
Cassetto 4: In che parte del mondo poteva aver vissuto una madonna dalle dita che sanguinano.
Cassetto 5: Come fingersi sani di mente.
Bè, bisogna dire che chiunque abbia scritto le targhette di sicuro aveva fantasia.
Ma non siete soddisfatti,vero?
C’è da crederci…che senso hanno le cose scritte la sopra? Vi guardate le spalle e la porta,che si è chiusa subito dopo essere entrati,è ancora chiusa e al suo posto. Meno male. Purtroppo non ci sono orologi appesi alle pareti. Non sapete che ore sono o da quanto tempo siete entrati nella stanza. Poco importa,non avevate nulla di importante da fare, oggi.
State ancora ragionando se sia meglio lasciare le cose come stanno e tornare a casa quando si apre un cassetto….
La ragazza bionda aveva visto per la prima volta l’incantevole viso lentigginoso durante un cambio dell’ora,subito dopo il suono della campanella di fine lezione. Si era affacciata alla sua classe per sbirciare in corridoio. Come al solito, il cambio dell’ora era il momento ideale per scappare in bagno a fumare una sigaretta, di corsa, mentre i professori si attardavano chiacchierando tra di loro.
Quella mattina ,in corridoio,invece di un professore puntuale, aveva avuto una visione angelica.
Due gambe lunghe e dorate,parzialmente coperte da un paio di pantaloncini strappati, mento alto e capelli mossi che ondeggiavano al ritmo di passi sicuri. Una leggera tunica bianca e un po’ trasparente copriva due morbidi fianchi e due seni appena accennati. Le sue braccia, coperte da braccialetti indiani,terminavano con mani affusolate ma forti.
Il sorriso ammiccante e gli occhi profondi davano un tocco di mistero a quella figura che,con una scia di indifferente pacatezza, si era allontanata verso i bagni femminili.
La ragazza bionda aveva seguito con gli occhi quel regalo divino. L’aveva vista entrare nei bagni e chiudersi la porta dietro le spalle. L’istinto di seguirla era stato forte ma come un timore si era scatenato in lei. Del resto:seguirla per dirle cosa? “Ciao visione angelica, non so perché ma sei la cosa più bella che io abbia mai visto e così ti ho seguito fino ai bagni femminili…”?Magari il tutto accompagnato da una risatina stupida ed imbarazzata. Mentre ancora stava pensando al da farsi la sua visuale venne oscurata dal pancione sudato del professore di latino,che, vocabolario alla mano,le ricordò all’istante il problema principale della giornata:il compito in classe .
Per tutta la durata del compito di latino non poté fare a meno di viaggiare col pensiero alla ragazza dai capelli rossi. Giulio Cesare avrebbe conquistato
Una volta consegnato il compito, mentre attendeva con ansia il suono della campanella, le era venuto di nuovo in mente di tentare un approccio con la rossa e aveva iniziato ad arrovellarsi il cervello sul come e il quando. Ma, soprattutto, si era chiesta con grande incredulità come avesse potuto passare cinque anni in quella scuola senza mai rendersi conto di cotanta bellezza che l’attendeva nella classe esattamente di fianco alla sua.
La campanella finalmente aveva suonato,liberando così la sua anima in pena. In astinenza dai rubini fluttuanti e le dune calde che l’avevano incantata, era uscita dalla classe quasi in trance e si era diretta al bagno,in preda ad uno spasmodico bisogno di fumarsi una sigaretta.
Il bagno era deserto,anche perché due delle classi del suo atrio erano uscite a quarta ora. Con le mani che tremavano si era accesa una sigaretta e, dopo aver emesso una enorme voluta di fumo con un sospiro, si era accasciata sul pavimento,le gambe strette tra i gomiti,pensando profondamente a cosa potesse voler dire quello stato d’animo.
Tempo cinque minuti e la porta del bagno si era aperta ed Erika e un’altra ragazza erano entrate. Entrambe tenevano, già da prima di entrare in bagno, una sigaretta sfacciatamente esibita tra le labbra. Loro erano le ribelli della classe,quelle che rispondevano a tono agli insegnanti che le sgridavano per i ritardi. Quelle che se ne fregavano di mettersi una tuta firmata per andare in palestra o di girare all’uscita da scuola col motorino nuovo. Quelle che avevano organizzato un piccolo rave nella sala professori durante le vacanze di Natale. Quelle bocciate tre volte a testa ad anni alterni. Quelle che nessuno separava mai.
La bionda le osservava, a volte da lontano,quando esse si isolavano dagli altri per parlare di cose a lei ignote come sesso-droga-e-rock’n roll,a volte da vicino,quando le permettevano di bersi un caffè in loro compagnia o fumarsi una sigaretta. Non si aprivano mai più di tanto,con le altre persone. Qualche ragazzo aveva sparso la voce che fossero lesbiche e questo a loro non dava fastidio, neanche un po’, tanto poi che non erano particolarmente interessate a fare conquiste amorose.
Appena Erika aveva visto la biondina seduta a terra con lo sguardo sbattuto e perso nel vuoto le si era avvicinata e le aveva messo una mano sulla testa.
- Valentine?-le aveva chiesto-Ci sei?
-Uh?Oh,si…Hem…stavo,hem…pensando a come può essere andato il compito di latino!-aveva mentito.
-Ma che ti preoccupi!Me l’ha passato quella secchia di Boime, figurati!
-Si…,come l’ultima volta, che la traduzione era sbagliata…e lei ha preso 8 e noi, come per magia, 3e1/2.
-Questa volta l’ho controllata io stessa, dovrebbe andare bene. E poi, comunque, è l’ultimo. Chissenefrega.
-Mhh…allora posso stare tranquilla.- disse Valentine, con ironia.
Neanche aveva finito di sorridere e la porta del bagno si era aperta e così aveva fatto la bocca di Valentine che si era spalancata alla vista di una chioma rossa.
La ragazza era entrata senza esitare e,preso posto per terra accanto a Valentine, si era rollata una sigaretta di tabacco trinciato. Poi,dopo averla accesa, aveva alzato lo sguardo verso Valentine e le aveva chiesto:
-Partecipi al seminario di francese?Mi sa che ti ho già vista da qualche parte.
Seminario di francese?Ma quale?,sarebbe stata la risposta corretta…
-Hem,certo,si-si, di sicuro mi hai vista lì…e tu?...
È da molto che sei iscritta in questa scuola?, sarebbe stata la domanda giusta…
-…Che lezione hai alla prossima ora?
-Matematica,due palle!
-…
-Ti va di fare sega da scuola, con me, domani?
-…- Cosa rispondere ad una domanda che equivale più o meno a:
“Ti andrebbe un sorso dal Santo Graal?”
-Eh,si ma…dove vorresti andare?
-Facciamoci un giro al mare o andiamo in campagna!Oppure si potrebbe anche fare un salto al centro commerciale…che ne dici?
-Ok…-Potremmo anche restare qui,su queste mattonelle per il resto delle nostre vite,non trovi?, avrebbe voluto risponderle.
Poi la rossa si era alzata e,girandosi verso Valentine ,ad un passo dalla porta, le aveva detto:
-Comunque il mio nome è Amaryllis…ci vediamo dopo, prendo il pullman dietro la scuola!-ed era corsa in classe senza che Valentine potesse ribadire alcunché.
Alla fine delle lezioni Valentine si era precipitata fuori dalla classe,correndo verso la fermata del pullman. Faceva caldo,la primavera era nel bel mezzo del suo splendore e il sole era allo zenit.
Amaryllis era seduta sul marciapiede,all’ombra dell’unico alberello sopravvissuto all’assalto dei vandali. Stava leggendo un libro e Valentine rallentò non appena la vide: non voleva che pensasse che fosse corsa da lei in tutta fretta. Come le si era avvicinata la ragazza si era girata e le aveva sorriso.
-Hey,sei pronta per organizzare la fuga di domani?-le aveva chiesto Amaryllis.
-Bè,veramente stavo pensando di chiederti se ti andava di vederci oggi,per parlarne…
-Certo,dove abiti?
-Vicino al parco,di fronte all’ingresso principale.
-…ma và!Pure io abito da quelle parti!!!
-Dove?!
-Sono nella stradina che fa angolo,quella dove c’è il meccanico…di fianco alle onoranze funebri…mio padre lavora lì.
-Ma sei dietro casa mia!Com’è possibile che non ci siamo mai incontrate?
-Mi sono trasferita solo da una settimana,prima vivevo dall’altra parte del paese,a casa di mia nonna…ora che è morta abbiamo venduto la casa ,ho cambiato scuola e ci siamo trasferiti qui.
-Wow…
-Wow cosa?-,aveva domandato la rossa.
-“Wow” nel senso…ehm…che coincidenza!
-Ti ho visto stamattina che prendevi l’autobus e poi come sei scesa qui ho capito che eri della mia scuola!
-A proposito di autobus. Eccolo…
Salite sull’autobus si erano sedute vicino,chiacchierando del più e del meno. L’autobus aveva percorso la solita strada, ma più velocemente, come per fare un dispetto alle due ragazze,che, una volta arrivate all’incrocio che le separava sentirono che avrebbero voluto restare ancora un po’ a parlare.
Valentine era salita a casa e aveva trovato la madre come al solito intenta a guardare uno di quei programmi insulsi da primo pomeriggio, su una rete nazionale.
-Ciao ma’…-,aveva salutato, e si era diretta in camera.
Era curiosa di togliersi un dubbio che la stava assillando da quando era venuta a conoscenza di avere come vicina di casa la bellissima rossa. In camera aveva aperto la finestra e si era affacciata. Nell’appartamento di fonte al suo(la sua camera dava su un cortile interno) era sicura abitasse Amaryllis.
Il tempo di scrutare qualche finestra e subito i suoi occhi furono colpiti dall’immagine della ragazza affacciata ad una delle finestre che la salutava.
Poteva intravedere parte della stanza e riusciva anche ad ammirare l’accuratezza con la quale Amaryllis aveva decorato la tenda della sua camera.
Tante piccole piume bianche erano state cucite insieme a formare delle catenelle. Poi, una a fianco all’altra, erano state incollate su di un’asticella che sovrastava la finestra. L’effetto finale era una cascata di piume. Tutto quello che separava Valentine da Amaryllis.
Valentine l’aveva salutata a sua volta, poi aveva chiuso la finestra e si era stesa sul suo letto a pensare.Sua madre e suo padre erano le classiche persone tradizionaliste,fissati con i valori di una volta,convinti che “la famiglia”,intesa come famiglia-cristiana-cattolica formata dall’unione tra un uomo e una donna uniti al solo scopo della procreazione, fosse la somma espressione della felicità e della realizzazione di un individuo. Per Valentine non era chiaro il concetto di amore. Sapeva di provare dei sentimenti e delle emozioni ma…non nel modo in cui le era stato insegnato fin da bambina. Aveva sempre cercato di reprimere in sé certi pensieri, ma nella solitudine della sua stanza, quando gli altri dormivano, nessuno era testimone delle sue fantasie.
-Valentine!A tavolaaa!-,aveva gridato la madre dalla cucina.
Seduta al solito posto,a sinistra rispetto a suo padre (ovviamente seduto a capotavola) e di fronte a sua madre, Valentine a malapena era riuscita a mangiucchiare qualcosa.
-Valentine perché non mangi?-,le aveva chiesto il padre -Non ti sarai messa in testa di diventare una modella?Sono tutte anoressiche quelle la!Mia figlia voglio che rispecchi l’immagine della salute,deve essere bella pasciuta, che la gente quando la vede non deve pensare che non le diamo da mangiare!
-No,papà, è che oggi non ho molta fame…
-Dillo a papà-, le aveva risposto –che stai pensando a qualche ragazzetto?Ti sei trovata il ragazzo?Dillo a papà, che se ti fa arrabbiare gli faccio un bel discorsino…
-No, papà, sul serio, non ho fame.
A quel punto era intervenuta la madre:-Valentine,ma lo sai quanto ci ho messo a cucinare?Dio Santo ci sono popoli nel mondo che non vedono tutto questo cibo neanche nel corso di una vita intera…
-Bè, se mi capita di incontrare qualcuno di quel popolo lo invito a pranzo, ok?-era stata la risposta secca di Valentine.
-Sei sfacciata e maleducata!-aveva gridato il padre- Come puoi dire certe cose?Mangia,punto e basta!
Di malavoglia Valentine si era messa a mangiare e con lo stomaco in subbuglio, a fine pasto si era ritirata in camera sua, senza fiatare.
Tutto ciò che pensava andava contro quello che pensavano i suoi. Quante discussioni erano nate per i motivi più stupidi.
Dopo appena un paio d’ore da quando si erano salutate all’incrocio,Amaryllis aveva mandato un messaggio a Valentine in cui le aveva chiesto se le andava di uscire con lei la sera stessa ,per andare a bere qualcosa insieme, nella piazzetta vicino casa. Avrebbero comprato un paio di birre al supermercato vicino e se le sarebbero bevute al fresco,sotto il cielo stellato.
Ovviamente Valentine rispose di si.
Quella sera le due ragazze avevano parlato a lungo, e, solo quando si era avvicinato il momento di tornare ognuna a casa propria si erano ricordate dell’impegno preso per il giorno seguente.
-Allora,Valentine,per domani ci stai?Che ti va di fare?
-In realtà io non avrei proprio un’esigenza particolare di fare sega da scuola,comunque…se ti va possiamo andare al centro commerciale!Almeno li dovremmo stare più tranquille…difficilmente i professori vanno a fare la spesa durante le ore di lezione!
-Per me va bene. Ora sarà meglio che vada…mio padre va fuori di testa quando torno tardi a casa,la sera.
-Sì,rientriamo.
Si erano incamminate molto lentamente verso casa e Valentine si domandava cosa potesse aver spinto Amaryllis ad avvicinarsi a lei. Del resto, era pur sempre una sua compagna di scuola qualsiasi,se si escludeva il fatto che fossero vicine di casa…e che Amaryllis ci tenesse tanto alla sua compagnia.
Arrivata sotto casa la rossa si era avvicinata a Valentine e, con fare scherzoso, le aveva dato un bacio a stampo sulle labbra. Valentine aveva sentito crescere dentro di se una sensazione di caldo ed euforia,le sue guance erano diventate rosse come mele e non era riuscita a dire nulla a riguardo.
-Buonanotte-, le aveva detto Amaryllis, subito prima di entrare in casa.
Valentine era rimasta come una statua,ferma, immobile, ad ascoltare, nel silenzio della notte, il suo cuore che batteva sempre più forte.
Solo un paio di minuti dopo, ripresasi dallo shock iniziale, aveva voltato le spalle e si era diretta verso casa sua.
In casa l’unico rumore era quello della tv ancora accesa, accompagnata dal lieve russare di suo padre, addormentato sul divano. Era corsa in bagno e aveva aperto l’acqua della doccia. Fredda.
Aveva cercato, velocemente,di sciacquare via sotto un getto potente e gelido, tutti gli strani pensieri che di botto le erano saltati in mente.
Si immaginava scene a due di lei ed Amaryllis insieme. Mentre ancora l’acqua stava scendendo sul suo corpo, all’improvviso, un pensiero folle(o almeno così lei pensava che fosse) si era fatto strada nella sua mente.
Sotto quella doccia, insieme a lei,Amaryllis,nuda. E bagnata,grondante acqua.
Valentine a che pensi?
Il suo corpo, che con l’acqua fredda si era irrigidito un po’, lo sentì sciogliersi a quell’idea.
Che mi succede…?
Sentì qualcosa di inspiegabilmente dolce salirle alla gola, e, mentre già la sua danza era cominciata, tutto ciò a cui non aveva voluto pensare fino a quell’istante, d’improvviso, ecco che si impadroniva di lei,che impotente si abbandonava ad esso.
Oddio…
Girò la manopola dell’acqua per farla intiepidire un po’ e,pian piano,nello stesso momento,sentì esplodere dentro di se qualcosa di beatamente caldo, fantastico.
Ancora l’acqua stava scorrendo su di lei,che la lasciava scorrere, tremante ed esausta.
Uscita dalla doccia si buttò tra le coperte,ma prima,nel silenzio più assoluto e al buio della sua stanza, si avvicinò alla finestra e spiò furtivamente la finestra di Amaryllis. La luce era ancora accesa ma non si udivano rumori.
Chissà che fai la sera prima di andare a dormire…
Chissà cosa hai fatto questa sera…
Perché mi hai baciata?
Per te era solo un gioco?
Per me no…
Queste e tante altre domande avrebbe voluto farle Valentine. Avrebbe voluto uscire di casa,voltare l’angolo e suonare alla porta di casa di Amaryllis. Raccontarle della doccia e di ciò che aveva pensato a suo riguardo. Chiederle se lei provasse gli stessi sentimenti. Sempre che si trattasse di sentimenti.
Il mattino dopo Valentine si era svegliata presto. L’accordo era che,non appena fosse stata pronta per uscire, si sarebbe dovuta affacciare alla finestra della sua camera. Quello era il segnale.
Amaryllis avrebbe preso il motorino e si sarebbe fatta trovare alla solita fermata dell’autobus. Da li sarebbero andate in motorino fino al centro commerciale, che era territorio neutro.
Preparata la borsa come di consueto con un paio di libri e qualche quaderno,fece colazione e si affacciò alla finestra. Amaryllis era già li che la aspettava.
Valentine aveva fatto i gradini delle scale di casa due a due, per sbrigarsi prima, era corsa alla fermata senza voltarsi o fermarsi nemmeno una volta. Aveva trovato la rossa già li ad aspettarla,fumando una sigaretta. Era saltata in sella al motorino giusto in tempo,mentre Amaryllis accelerava per partire.
Si sentiva come
Amaryllis era scesa dal motorino in un batter d’occhio e aveva infilato i due caschi negli scomparti appositi. Poi aveva alzato lo sguardo verso Valentine e le aveva sorriso.
Nel suo viso traspariva vera felicità.
Entrarono nel centro commerciale e , per prima cosa, si diressero presso quello che era una specie di bar-gelateria e ordinarono due frappè. Valentine non poteva fare a meno di continuare a fantasticare su qualsiasi cosa facesse la ragazza affianco a lei.
Ad un tratto,come se le avesse letto nel pensiero, Amaryllis prese una cannuccia in più e la infilò nel suo frappè. Poi lo porse a Valentine,avvicinandolo sul tavolo. Come Valentine ebbe fatto un sorso, Amaryllis si avvicinò a sua volta al bicchiere e ne fece uno anche lei. Poi guardò fissa Valentine,che in quel momento era troppo persa a guardarle le labbra. Neanche notò che Amaryllis le stava davanti. I loro sguardi si incrociarono e una fitta trapassò il cuore di entrambe. Amaryllis si avvicinò lentamente alla bocca di Valentine,la quale era ipnotizzata . Posò le labbra sulle sue e ancora una volta Valentine sentì sciogliersi dentro di lei qualcosa di dolce.
Solo un piccolo problema.
Si trovavano in un bar-gelateria,in un centro commerciale. Intorno a loro, allegre (fino a quel momento) famigliole omologate erano ammutolite all’improvviso. Qualcuno si era voltato,qualcun altro aveva girato i tacchi e aveva deciso di bere il caffè in un altro bar,i più, pur se sconvolti da tale spettacolo raccapricciante, erano rimasti lì,con lo sguardo fisso su quel po’-po’ di perversione incredibilmente sfrontata che si manifestava, come nel peggior numero di magia nera, davanti ai loro occhi.
Amaryllis si allontanò di scatto e Valentine,imbarazzata più per la reazione delle persone astanti che della cosa in sé, abbassò lo sguardo. A quel punto Amaryllis si era alzata e si era recata alla cassa, aveva pagato i due frappè e poi, tornata al tavolo, aveva preso per mano Valentine e l’aveva trascinata via.
Mentre camminavano a passo svelto verso gli scaffali del supermercato vicino Valentine aveva potuto osservare un’espressione di rabbia repressa sul viso di Amaryllis. Anche lei stessa non si sentiva tranquilla. Per Valentine era stato un momento unico, memorabile. Però quelle persone lo avevano reso qualcosa da dimenticare…
Ad un certo punto Valentine si era resa conto che Amaryllis si era messa a correre…con una mano stringeva la sua e la trascinava dietro di sé. Passarono gli scaffali delle offerte, della pasta, degli alcolici, degli attrezzi per il bricolage…Valentine non riusciva a capire dove fosse diretta, ma la seguiva. Arrivate al reparto abbigliamento, Amaryllis le aveva lasciato la mano ed era scappata in uno dei camerini. Valentine si era sentita davvero confusa e con lentezza si era avvicinata a sua volta ai camerini.
-Amaryllis?-, l’aveva chiamata, sentendo provenire da uno dei camerini un pianto sommesso.
-Mi fa schifoooo!
-…cosa?Cosa ti fa scifo?
-Tutta quella gente!Li odioooo!
-Posso entrare?Mi fai entrare?Per favore…
Valentine aveva sentito la serratura che si sbloccava ed aveva aperto la porta con facilità. Davanti al lei c’era Amaryllis ,seduta per te, col mascara colato sulle guance, gli occhi rossi e la bocca tremante. Era una scena molto triste e a guardare quello spettacolo Valentine si era sentita gli occhi riempirsi di lacrime a sua volta. Si era abbassata e le aveva preso il viso tra le mani,dolcemente. Le aveva asciugato le gote bagnate e le aveva chiesto:
-Ti va di sfanculare tutti quanti e andarcene via?Andiamo in campagna,al mare,dove vuoi…lontane da questo posto e da questa gente…andiamo…- le disse asciugandole le lacrime.
-…ok…- le rispose Amaryllis tirando su col naso le ultime lacrime.
Valentine l’aveva guardata negli occhi e le era parso per un attimo di capire cosa fosse davvero l’amore e ,di conseguenza, perché tante persone nel mondo arrivassero ad impazzire,a star male, a morire per esso.
Un po’ rattristata con le braccia intorno alla vita di Amaryllis, si era lasciata trasportare senza dire una parola ovunque stesse andando la ragazza. Lei non glielo aveva detto e Valentine non glielo aveva chiesto. La strada che stava percorrendo il motorino diveniva sempre più dissestata ed, ad un tratto,Amaryllis si era dovuta fermare perché rischiava di rompere gli ammortizzatori con le buche sparse qua e là, a sorpresa,tra una curva e l’altra.
Scese dal motorino, si erano avviate lungo una strada sterrata che divideva in due un tratto di campagna pieno di ulivi.
-Hey…-cercò di attirare l’attenzione Valentine. Amaryllis si voltò appena.
-Come stai,va un po’ meglio?
-Non capisco. Non capisco cosa importi a quelle persone di noi a tal punto da creare tali situazioni. Vorrei poter camminare per strada dandoti la mano,poterti baciare senza che qualcuno mi guardi male o sbuffi o chissà cos’altro. Quelle persone mi portano al punto di andare contro il buon senso. Sai che farei, ora?Sai che farei?Tornerei al centro commerciale, in quel bar e mi metterei a limonare con te davanti a tutti. Sono persone che non hanno amore e che ci invidiano. Sono persone idiote e superficiali,legate a chissà quali dogmi!
Mentre Amaryllis esprimeva la sua rabbia, Valentine non poteva fare a meno di sorridere. Sembrava una ragazza così forte,ora, con lei. Le prese una mano e la baciò. Poi le accarezzò una guancia e le disse:
-Sei così bella…non posso vederti arrabbiata per una cosa che tanto non puoi risolvere. Mi fai stare bene,mi sembra assurdo perché ti conosco da così poco, ma sto bene. Dimmi:dove mi stai portando?Nel paradiso di noi povere lesbiche incomprese?
A quella frase Amaryllis scoppiò a ridere e abbracciò Valentine con tutta la forza che aveva.
-Più o meno-, le rispose –ora vedrai.
A quel punto Amaryllis si era messa a correre lungo la strada,aveva superato un muretto a secco ed era entrata in un terreno verdissimo. Tutto intorno era pieno di piante e la terra era ricoperta da un soffice prato pieno di fiori. A furia di correre a Valentine era venuto il fiatone.
-Troppe sigarette,schiappa!-Le aveva gridato scherzosamente Amaryllis.
Il posto dove erano arrivate davvero era un piccolo angolo di paradiso. Davanti a Valentine si erigeva un ulivo secolare. Subito a sinistra,un po’lontano, un cespuglio di roselline selvatiche in boccio. Tutta la superficie del prato era cosparsa di manciate di piccoli fiorellini gialli a grappoli e qualche margheritina precoce sbucava di qua e di là, come a voler curiosare. La cosa veramente strana che intrigò Valentine, fu il notare sulla destra dell’ulivo una piccola famiglia di iris di mille colori e specie. Da quelli piccoli blu chiaro, che crescevano a mazzetti, a quelli grossi e polposi di colore giallo e bianco. Uno bordeaux, uno viola pieno che sembrava volersi innalzare sugli altri quasi a sfidarli. Era uno festa per le pupille che non smettevano di spostarsi da un fiore all’altro per collezionare sfumature.
L’ulivo, a causa della sua età, avrà avuto almeno cento anni, aveva il tronco spaccato in due e cavo. La cosa curiosa era che non sembrava soffrisse a causa di questo. Le sue foglie d’argento crescevano in gran numero e la sua ombra era folta e senza macchie. Inoltre due grossi rami si allargavano ai lati dell’albero. Attaccata ad uno di questi, un’amaca.
-E quella?!?-, chiese stupita Valentine.
-Sorpresa…
-Ma regge?
-Provala!
Non senza un po’ di timore Valentine era salita sull’amaca, che, aperta, si rivelò essere più grande del previsto. Amaryllis con un balzo le fu affianco. Le ragazze non avrebbero potuto chiedere nulla di meglio. Valentine sentì dentro di lei che aveva fatto la cosa giusta,anche a costo di saltare un giorno di scuola. Quello era il loro Eden e nessuno mai avrebbe potuto rompere questo loro idillio.
-Ma questi buchi nella maglietta te li sei fatti apposta o c’erano già?-,le chiese Amaryllis.
-Questa maglietta l’ho “ereditata” da mio cugino, aveva la mia taglia,qualche anno fa…Bè diciamo pure un bel po’ di anni fa!
-“The Smiths”… li conosci?
-Boh?Non li ho mai ascoltati…mio cugino era un patito...-,rispose Valentine con il cuore che accelerava secondo dopo secondo. Le mani di Amaryllis si erano intrufolate sotto la maglietta di Valentine e,buchi o non buchi, sfioravano la sua pelle in ogni curva e in ogni angolo. All’ombra di quell’ulivo,tra l’esplosione dei fiori e il profumo del vento tiepido.Come due ninfe si erano amate fino a sfiancarsi,addormentandosi l’una sull’altra subito dopo.
Quando si erano svegliate si erano rese conto di quanto fosse tardi dal numero delle chiamate perse sui loro cellulari silenziosi. Si erano rivestite velocemente ed erano tornate a casa.
Sotto il portone di casa di Amaryllis si erano scambiate un ultimo fugace bacio, poi si erano divise.
Quando Valentine entrò in casa fu subito accolta dalla madre, che, con un’espressione decisamente nera le si era avvicinata con fare minaccioso.
-Dove sei stataaa!. È un’ora che ti chiamo, perché non mi hai risposto?
-…mamma dai, sono solo un po’ in ritardo, di che ti preoccupi, ora sono qui, no?
-Tuo padre è andato a scuola a cercarti e tu non sei neanche entrata in classe oggi!!!Dove sei stata e con chi!?
-Ero con una mia amica, oggi avevamo un’interrogazione per la quale non ci sentivamo pronte e così abbiamo pensato che piuttosto di prendere un brutto voto…
-E perché non eri pronta?E perché non me lo hai detto?E poi chi è questa tua amica?Scommetto che è quella buona a nulla drogata di Erika?Eh?!Sbaglio?!
-Si, infatti!!!Sbagli!!!
-Ah,certo…bene, non ha importanza con chi eri questa mattina, non me ne frega nulla!!!Ora vattene in camera tua e non pranzerai!Appena arriva tuo padre vedrai cosa vuol dire farlo arrabbiare!!!Vai!
-Vaccagare!
-Non ti permettere di rispondere in questo modo!
-…-Valentine si allontanò con la rabbia a fior di pelle. Avrebbe volentieri spaccato qualcosa.
Entrata in camera aveva lanciato la borsa sul letto.
Amaryllis era affacciata alla finestra a fumarsi una sigaretta. Beata lei che aveva due genitori che facevano orario continuato al lavoro. Ovviamente era sgattaiolata in casa senza che nessuno se ne accorgesse, in tutta calma. Solo a guardarla, la rabbia le si era placata e il suo pensiero era tornato alla mattina passata con lei. Sarebbe stato bellissimo passare quello che restava dell’ultimo anno scolastico insieme,poi sarebbe venuta l’estate e poi…poi avrebbero potuto anche andare a studiare insieme in qualche grande città…stava ancora fantasticando sul loro futuro quando i suoi pensieri furono interrotti dal rumore di una porta sbattuta.
Non proveniva da casa sua ma da quella di Amaryllis.
Qualcuno era entrato in camera della ragazza che si era girata di scatto e aveva subito buttato la sigaretta. Era di sicuro suo padre che in qualche modo doveva essere venuto a conoscenza della mattinata senza scuola. Valentine aveva cercato di comprendere le frasi che i due si scambiavano animatamente.
Il padre di Amaryllis sembrava aver scoperto della fuga della figlia da scuola, ma non era tutto.
-Forse non ti rendi conto della gravità della cosaaaa!
-Papà ma quale gravità!Non è successo nulla di strano!
-Ma come ragioni!So bene quello che hai fatto e sei una schifosa perversa,uno sbaglio della natura!e poi te ne sei andata in giro a fare la puttana con una poco di buono invece che andare a scuola!Mi hanno riferito tutto…Ti rendi conto che l’intera città riderà dietro te e la tua famiglia!Penso proprio che tu non abbia ben chiaro il modo in cui certe cose vanno fatte…
-Papà… che fai!
-Vieni qua e stai zitta!Sono tuo padre e ho il dovere di provvedere alla tua educazione!!!
-Lasciami stare!
-Zitta ho detto!- ,si sentivano rumori molto preoccupanti provenire dalla stanza di Amaryllis, ma Valentine non riusciva a capire cosa stesse succedendo, perché Amaryllis era troppo lontana dalla finestra per vederla. Sembrava che ci fosse una lotta in atto. Ad un certo punto Valentine aveva sentito un grido acuto,la voce era quella della ragazza. Poi dei grugniti sommessi e come dei lamenti soffocati. Non poteva credere a quello che stava succedendo. Il padre di Amaryllis la stava violentando!Valentine voleva fare qualcosa, ma tutto ciò l’aveva disorientata e spaventata e non sapeva cosa poter fare di preciso. Proprio mentre si era decisa a chiamare la polizia per denunciare l’accaduto, suo padre era entrato come una furia in camera.
-Tu!
-Aaah!-,aveva gridato per lo spavento.
-Tua madre è stata in pensiero per te tutto il tempo!E tu?...Tu sei andata in giro a leccare fighe!
-Papà ma che dici. Amaryllis è solo una mia amica e oggi avevamo un’interrogazione e…
-Non dire stronzate brutta idiota!Ho parlato col padre di quella ragazza e sai che mi ha detto?Lo vuoi sapere?!?
-Papà…
-Una sua cliente questa mattina vi ha visto pomiciare pubblicamente in un bar del centro commerciale!Pensi che i tuoi genitori siano cretini?Pensi di essere furba?Ma come ti ha cresciuto quella deficiente di tua madre?Quando sei nata dovevamo buttarti in un cassonetto,dovevamo lasciarti sul ciglio di una strada per essere mangiata da qualche cane randagio!
-Papà…-, aveva cercato di parlargli tra le lacrime –Io le voglio bene,io non voglio fare niente di male,voglio solo stare con lei…
Il padre le mollò uno schiaffo e poi un altro,forti da far voltare la faccia.
-Zittaaaaaaaa! Sei fortunata che c’hai un padre generoso e che non ti ammazzo con le mie mani…C’avessi un po’ più di coraggio farei quello che va fatto…Quello che fa il padre della tua amica…Non sapete manco perché siete state messe al mondo. Sei l’infamia di questa famiglia e io mi sono rotto le scatole di te e di quella madre degenere che ti avrà messo in testa chissà quali dottrine di merda!
Poi era uscito, lasciando Valentine da sola. Valentine aveva pianto fino a sentirsi esplodere i polmoni per lo sforzo,seduta per terra con la schiena al muro.
Amaryllis era lì,ad un passo da lei, ma come avrebbe potuto vederla senza che suo padre le rompesse la faccia a suon di schiaffi?Riuscì a farsi forza e guardò fuori dalla finestra nella speranza di vedere il suo amore ad aspettarla. La stanza era buia e nessun rumore rompeva quel silenzio mortale. Avrebbe dovuto andare da lei ma in nessun modo sarebbe riuscita ad eludere il controllo dei suoi. La sua camera era al secondo piano e, alle finestre, delle grate piantate nel muro, senza alcuna serratura, le occludevano ogni possibilità di evasione. Decise di provare ad uscire dalla porta d’ingresso,facendo attenzione a non farsi vedere. Si avvicinò lentamente alla cucina e vi sbirciò dentro. Sua padre,seduto al tavolo, sorseggiava da un bicchiere colmo un liquido bruno e trasparente che doveva essere un whisky molto forte. Era quello il suo sistema per dimenticare i guai.
Riuscì senza fatica a raggiungere l’ingresso,dove,notò con sorpresa,mancavano le chiavi di casa e della macchina della madre. Forse aveva sentito tutto e se ne era andata via. Vaffanculo, aveva pensato.
Aprì la porta di casa e uscì. Corse fino a casa di Amaryllis e si appostò sotto la finestra.
-Amaryllis!-cercò di gridare sottovoce.
Aspettò una decina di minuti e poi,all’improvviso, vide spuntare una mano dalla finestra.La mano era di Amaryllis. Un foglio di carta appallottolato era caduto ai piedi di Valentine, che lo raccolse e lo dischiuse.C’erano scritte poche righe che dicevano così:
Valentine,non possiamo più vederci.
Mio padre è un pazzo…Mi ucciderà,e so che può farlo, se ti dovessi rivedere.
Se un giorno dovessi morire,saresti la prima persona che aspetterò,nel mio angolo di paradiso…noi avremo per sempre il nostro paradiso.
Staremo per sempre insieme,una affianco all’altra sulla nostra amaca, a dondolare nel vento.
Senza nessuno a giudicarci, solo io e te.
Amaryllis
Finito di leggere quel pezzo di carta Valentine alzò gli occhi alla finestra di Amaryllis e vide due dei cordoncini di piume svolazzare fuori,nel vento della sera. Avrebbe voluto dire ad Amaryllis di intrecciare quei fili in una lunga treccia di piume,come nella favola, e calarsi giù dalla finestra e scappare via, con lei, via da quella casa, da quell’uomo. Ma non l’aveva fatto. Temeva per la salute di Amaryllis. Non avrebbe mai potuto denunciare l’accaduto alla polizia,le avrebbero riso in faccia.
-Ma chi?Quello è un brav’uomo, una persona rispettabile, la smetta di infangare il suo nome e quello della sua famiglia,RAZZA DI LESBICA DEL CAZZO …-le avrebbero risposto.
Valentine aveva girato i tacchi e,con il cuore a pezzi, si era girata per tornare a casa. Poi, come per un presentimento, si era girata un’ultima volta. Amaryllis era affacciata alla finestra, il viso macchiato di sangue, un debole sorriso. Per lei. Poi era scomparsa nel buio della sua casa.
Valentine si era avviata verso casa molto lentamente. Molto lentamente era entrata dalla porta d’ingresso.
Aveva sentito, molto lontano,come un cigolio…A quel suono era seguito un colpo secco,come un tonfo.
Si era diretta verso la cucina:una bottiglia in cui rimanevano non più di due dita di alcool sostava sul tavolo, in attesa della fine e un bicchiere spaccato giaceva sul pavimento, ricordando tempi migliori.
Tutto ciò le era sembrato quasi familiare. Il cigolio era finito ma Valentine era curiosa di sapere da dove provenisse e così si era messa a cercarne la fonte.
In soggiorno c’era,fin da quando Valentine se lo ricordava, un grosso lampadario di quelli in ferro battuto. Molto probabilmente risaliva ai tempi in cui la casa era stata costruita.
Appena Valentine era entrata nel soggiorno la prima cosa che aveva notato era che mancava il lampadario dal soffitto. Al suo posto un buco,con una lunga crepa che si apriva scoprendo i cavi elettrici. Aveva abbassato gli occhi sul pavimento e lì,proprio di fronte a lei,suo padre,sdraiato per terra in modo scomposto. A fianco a lui una scala,sdraiata anch’essa. Intorno al suo collo una corda spessa stringeva (o meglio aveva stretto -aveva pensato Valentine) la carne molle fino a spaccare la trachea. Valentine non si era mossa. Aveva osservato quella scena fino a stamparsela in testa,poi,solo quando ormai era troppo buio per continuare a vedere qualcosa,si era andata a chiudere in bagno.
Aveva aperto l’acqua nella vasca. Aveva disciolto in essa sali profumati e bagnoschiuma in quantità. Poi vi si era immersa portando con sé il vecchio rasoio del padre. La sua mano destra lo aveva stretto con forza e nessun motivo l’avrebbe spinta a lasciarlo andare se non…dei colpi assordanti alla porta. Era sua madre,che bussava per entrare,voleva che lei aprisse. Con molta calma si era alzata,aveva posato il rasoio al suo posto,si era coperta con un accappatoio e le aveva aperto.
La madre,pallidissima,si era messa a gridare e a piangere e tra un grido e l’altro,tartassava di pugni e schiaffi la ragazza,che,impassibile, la lasciava fare. Quando ormai la madre si era sfogata,sul viso di Valentine erano apparsi i segni della sua lotta passiva. Gli occhi le si erano gonfiati e così anche la bocca. Le braccia si erano coperte di lividi. La madre si era allontanata,probabilmente per andare a chiamare la polizia. Lei si era rinchiusa nel bagno,di nuovo. Si era guardata allo specchio,aveva ripreso il rasoio di suo padre in mano e aveva cercato di riconoscersi in quell’immagine astratta che ora era la sua faccia.
Quella faccia, magari non avete capito, è la vostra. Ma, quando vi accorgete che è così, capite anche qual è un possibile finale della storia. Capite che siete voi davanti a quello specchio,con un rasoio in mano. Siete voi, senza più nulla su cui contare, senza più nemmeno la vostra faccia.
Persa chissà dove.
Potete pensare che le cose si rimettano a posto,che c’è sempre il lieto fine. Potete pensare che vostra madre supererà la morte di vostro padre, che Amaryllis supererà il trauma di essere stata violentata da un mostro e tornerà da voi con il suo bel sorriso sulla faccia. Potete credere che voi stessi sarete abbastanza forti per superare tutto questo…ed andare avanti. Almeno per un po’ di tempo.

Ivory. Bianco come la neve,morbido e sinuoso,posato nei movimenti come lo sarebbe una ballerina dell’Opera.
Raccolto per strada all’età di un mese il piccolo gattino bianco era stato portato nella casa in cui abitavano i suoi salvatori. Giovani uomini e donne,come aveva potuto notare,dalla funzione sociale non molto chiara. I loro orari erano piuttosto diversi rispetto a quelli dei loro simili più grandi.
Infatti,mentre il resto del mondo,nelle prime ore del mattino, si accingeva a iniziare la giornata produttiva, essi facevano rientro nella loro dimora e si apprestavano a mangiare cibi meno che eletti e prendevano possesso dei loro giacigli senza nemmeno curare l’aspetto igienico. In tutto questo,la presenza di un gatto nella loro casa,passava sovente in secondo piano. Così,senza certezze, era cresciuto Ivory.
Poi la gente si lamenta che i gatti sono schivi, pensava tra se e se. Del resto non poteva lamentarsi perché l’alternativa,e lo sapeva bene, era la strada,con le macchine e i cani…
Quando i suoi padroncini (perché comunque non gli era permesso di uscire mai,come schiavo in una cella), alla sera, si affaccendavano per uscire,sperava sempre che avessero dimenticato qualche piatto mezzo pieno sul tavolo della cucina. E la cosa succedeva spesso, per fortuna. Questo gli aveva permesso in più di un’occasione di salvarsi e di non morire di fame. Allo stesso modo la sua lettiera, non di rado, veniva lasciata a “fermentare”, se si concede l’utilizzo di un temine più aulico, per mesi interi. Solo quando l’olezzo permeava ogni singola parte della casa,ivi compresa la biancheria stesa ad asciugare nelle varie stanze, solo allora qualcuno provvedeva a coprire con un nuovo strato di sabbia il contenuto del recipiente. Certo sarebbe stato più salutare poter espellere i propri scarti sul ciglio di una strada, dove, alla prima pioggia, sarebbero stati lavati via. Ma anche su questo Ivory aveva poco da ridire.
Del resto,non godeva del beneficio della parola, beneficio del quale, si sarebbe più volte servito volentieri. Così le sue giornate proseguivano nella faticosa ricerca di una stabilità.
I suoi baldi compagni d’avventura erano clienti fissi di un noto uomo d’affari dei bassifondi del quartiere. Egli giungeva di tanto in tanto portando “doni” ai più meritevoli, ovvero, a chi meglio sapeva soddisfare i suoi desideri pecuniari.
Tali sere,perché egli arrivava sempre dopo il calar del sole,erano sere di festa dove ancor più la vita di Ivory veniva messa a dura prova.
Folle intere si riversavano nei corridoi della casa. Folle deliranti,per lo più,colte dai fumi dell’alcool e dai fumi in generale. In questo sconvolgimento era tutto un nascondersi e fare attenzione per il giovane felino,intento a non farsi schiacciare da qualche piede retto da gambe malferme o bruciare da ceneri distrattamente abbandonate al suolo. Coperto dal suono della musica assordante,le risate e talvolta anche dal picchiare alla porta da parte di vicini spazientiti,egli non trovava pace per le sue orecchie e si doveva accontentare di rifugiarsi tra le pieghe di un piumone, su uno qualsiasi dei letti sfatti. Se per caso veniva scoperto,e la cosa accadeva quasi puntualmente, era la sua abilità nella fuga a metterlo in salvo dai calci e gli strepiti del legittimo proprietario,pronto alla vendetta per avergli “riempito di pulci il letto”. Se solo avesse potuto esprimersi,gli sarebbe piaciuto puntualizzare che,se il suo corpo era, di tanto in tanto, domicilio per le pulci, ciò dipendeva di sicuro dalla poca cura che i suoi padroni gli concedevano. Nascosto la sotto non metteva in conto,alle volte, la possibilità che giovani coppiette transitorie, formatesi magari la sera stessa e destinate a sciogliersi nel giro di poche ore, avrebbero approfittato della stanza “libera” per appartarsi. Ovviamente se ne accorgeva quando due corpi in pieno effetto gravità gli crollavano addosso in preda ad attacchi ormonali più o meno accentuati da sostanze di varia natura. Eh sì, era una vita difficile. Ma lui rammentava sempre il giorno in cui lo avevano strappato al suo destino incerto e sopportava tutto questo senza fiatare.
Il momento più critico,in cui davvero temeva per la propria vita,erano le vacanze. In particolar modo quelle estive.
Per le vacanze, infatti, tutti gli abitanti della casa tornavano alle loro terre d’origine. E il gatto?Nessuno poteva portarlo con se,chi per il fastidio di una valigia in più da scarrozzare in treno,chi perché aveva un fratello allergico al pelo, chi perché nemmeno si ricordava che ci fosse un gatto in casa. Così, all’unanimità, si decideva per il lasciare una scorta di cibo e acqua ritenuta sufficiente per la sopravvivenza dell’animale in casa. Il problema era che molto spesso ciascuno degli inquilini decideva di prolungare le proprie vacanze senza interpellare le voci degli altri,senza informarsi se qualcuno sarebbe tornato a casa per dare da mangiare ad Ivory.Siccome la cosa era già successa altre volte,si era deciso di fare una copia delle chiavi e di darla a una persona che potesse, di tanto in tanto, fare un salto a casa e sistemare l’inconveniente.
Quella volta le chiavi erano capitate in mano del gentiluomo di cui sopra,il quale aveva accettato solo e unicamente per motivi di ordine commerciale. Era dell’idea che “coccolando i clienti” si sarebbe assicurato le vendite per l’anno successivo. Del resto la concorrenza non era poca, e lui lo sapeva. Poi, come Ivory sapeva bene, il “nobile” sfruttava a suo favore il fatto di avere a disposizione una casa libera per mettere all'opera tutta la sua ciurma di affiliati nella produzione di beni di consumo.
Purtroppo però un piccolo incidente aveva cambiato i piani del gentiluomo. E di conseguenza quelli di Ivory.
Da bravo mercante, il dignitoso signore, non metteva mai in vendita nulla se non dopo averla testata lui personalmente. Questo faceva di lui un uomo di fiducia. Ma egli non si limitava solo a spargere la voce su tale abitudine,la metteva in pratica alla lettera. Ciò gli era costato qualche neurone e buone percentuali degli organi interni.
Ora,dal momento in cui si era stabilito nella casa di Ivory non aveva fatto altro che produrre in quantità ciò che avrebbe venduto da li a poco. Per ovvi motivi di reputazione non si era tirato indietro neanche una volta di fronte ai test di qualità…Non appena terminata la produzione, i suoi soci se ne erano andati, contenti e forniti di tutto ciò che di meglio aveva da offrire l’arsenale del gentiluomo. Quest’ultimo,dal canto suo, aveva preferito restare alla maison per gli ultimi esperimenti. In tutto ciò Ivory aveva corso più d’una volta il rischio di rifocillarsi nella scodella sbagliata dal momento che, in tutto e per tutto, il suo cibo somigliava ai manufatti della congrega.
In una delle tante sere in cui il gentiluomo era intento a lavorare alle sue scoperte, qualcosa non aveva seguito le sue aspettative. Ivory,preso dallo sconforto a causa della sua lettiera maleodorante, aveva dovuto optare per una sabbietta più fresca e pulita. Si era sentito subito meglio, dopo aver liberato la sua gattesca vescica. Davvero non si era posto il problema del perché, in casa, da un giorno all’altro, fossero comparsi così tanti contenitori di sabbie dai colori più disparati. Dal bruno al bianco al grigiastro al marroncino… Non che avesse importanza,per lui uno valeva l’altro, purché fossero puliti. Le sabbiette in questione erano ciò di più raffinato si potesse trovare sul mercato.E il gentiluomo,proprio quella sera volle verificare la classe delle sue opere, l’eccellenza alla quale si sarebbero avvicinati i suoi acquirenti estimatori.
Aveva preparato l’occorrente e aveva “assaporato”con piacere le doti del suo creato,lentamente,poi aveva sentito sopraggiungere una strana sonnolenza e una certa frescura. L’ultima cosa che fece fu chiudere l’unica finestra aperta della casa, poi, si era accasciato al suolo. Lì aveva esalato l’ultimo suo respiro,beatamente convinto di avere tra le mani qualcosa che, non solo avrebbe sollevato le menti di manager sotto stress,ma avrebbe anche apportato freschezza ai deretani dei figli di papà che danzavano, l’estate, nelle discoteche marittime.
Ivory si era affacciato alla porta della camera e aveva visto quella massa scura poggiata sul pavimento. Come si era avvicinato aveva subito intuito (dall’odore, probabilmente,i gatti hanno un fiuto infallibile) che si trattava di un morto. Aveva marcato il territorio(ora indubbiamente era lui il re della casa) , poi si era girato,e, con la coda alta era uscito dalla stanza come se niente fosse.
L’indomani mattina si era svegliato con la sensazione di non aver mai dormito così bene, finalmente era riuscito a chiudere gli occhi senza quella musica assordante a ritardargli il sonno.
Aveva gironzolato per la casa ed era riuscito anche a ribaltare il contenitore per la spazzatura,trovando di che sfamarsi per almeno due o tre giorni. Avanzi di scatolette di tonno si univano beatamente con grumi di pasta rafferma e un po’ secca,sapore appena guastato dai fondi di caffé che di sicuro non era il condimento ideale.
Una bottiglia di latte sostava sulla mensola della cucina da qualche giorno. Ma come resistere a tale candido richiamo se si è un gatto?E così si era munito di santa pazienza e vi si era strusciato sopra fino a capovolgerla:ne era uscita una crema abbastanza densa che, ad assaggiarla, pareva yogurt. Accettabile sapore. E tra l’altro gli venne in mente ciò che aveva letto una volta,molto tempo addietro,su una confezione di yogurt (di cui aveva leccato gli avanzi dal vasetto) che qualcuno aveva comprato di sicuro per sbaglio o,al limite, per placare eccessivi quanto improvvisi attacchi di fame: “contiene lacto bacillus himmunitas che favorisce il regolare funzionamento intestinale” o qualcosa del genere. Ciò lo faceva sentire sano e di sicuro più equilibrato dal punto di vista della dieta. Diciamo che, in linea di massima, era quasi contento di essere rimasto da solo in casa.
Passarono i giorni e tutto quello che aveva trovato nel contenitore della spazzatura era scomparso. Aveva mangiato tutti i piccoli avanzi che era riuscito a trovare in cucina,compresi dei wafer un po’ ammuffiti e un vasetto di carciofini sott’olio che aveva accidentalmente fatto cadere in terra.
Nella stanza di uno dei ragazzi aveva trovato un pacchetto di crakers che aveva aperto a unghiate.
Il dilemma maggiore erano i liquidi. Per fortuna la porta del bagno era aperta cosicché, per qualche giorno aveva potuto leccare le gocce di acqua che scendevano dal rubinetto della vasca.Ad un certo punto,però, aveva smesso di gocciolare e lui si era ritrovato nel vero senso della parola “a secco”.
Aveva cercato in tutti i locali della casa qualcosa che potesse fornirgli qualcosa di cui dissetarsi ma alla fine, riarso e in preda ai primi deliri della disidratazione aveva deciso di attaccarsi ad una mezza bottiglia di rum, residuo di qualche festa ormai lontana. Il sapore era osceno,la gola gli bruciava in modo inammissibile ma doveva sopportare e curare la sua disidratazione in qualche modo.
I giorni passati senza bere nulla gli avevano procurato una sete inattesa e,dopo l’iniziale disappunto, si era scolato più di un terzo del liquido. La sua vista si era annebbiata e le sue zampe si erano fatte ricotta. Non preparato agli effetti dell’alcool si era trascinato per casa sbattendo di tanto in tanto sugli spigoli delle pareti. La forte bevanda era qualcosa che il suo corpo non poteva sopportare,già stremato dalle fatiche dei giorni passati. Il gatto si addormentò sognando, sdraiato sul davanzale della finestra, guardando fuori.
Sognò grandi quantità di croccantini,montagne intere. Montagne bagnate da fiumi di latte appena fatto, non pastorizzato. La dove il latte poggiava le gentili onde sulle rive delle montagne, esse si tramutavano in purea di carne freschissima. Sulle colline di croccantini crescevano rigogliosi alberi pesce(si, si, pesce e non pesche!),le cui fronde si aprivano in mille lische ricche di polpa bianca. Laghetti di insalate di mare e aiuole di orecchiette di topo arricchivano ulteriormente il paesaggio. Talvolta scorgeva mucchi di cuscini di raso, pronti per essere unghiati, e braccioli abbandonati di poltrone in disuso, adatti allo stesso scopo. Sulle sponde dei laghetti nasceva una fitta vegetazione composta da ciuffi verdissimi di erba gatta. Poco lontano delle conche piene di sabbietta fresca e profumata completavano il paesaggio. Ah, quale felicità per i suoi occhi vedere un così bel panorama. E che gioia al pensiero di essere capitato lì,così per caso. Lui, senza umano alcuno a disturbare la sua quiete, sarebbe invecchiato nella pace.
Quando il giorno dopo aveva iniziato il suo corso Ivory si era svegliato in preda a dolori fortissimi al ventre. Si era osservato il pelo e si era reso conto che non era stata una grande idea bere da quella bottiglia. Il suo petto e le zampe erano coperte di vomito marroncino. Che schifo!Aveva subito pensato il gatto, e come tipico della sua specie aveva tirato fuori la lingua per darsi una pulita. Fosse stata di cartapesta sarebbe stata più morbida. Gli era davvero poco utile leccarsi il pelo con una tale secchezza in bocca.
Il caldo iniziava a farsi sentire e dalla stanza vicino un’odore poco rassicurante aveva iniziato ad arrivargli alle narici. Odore di morte…
Nel suo stato non si era li per li ricordato che in quella stanza giaceva un essere umano deceduto ormai da tempo.
La sua mente si era creata un’immagine in cui, una figura scura e armata di falce si era nascosta tra le pieghe di una tenda o dietro una porta. Si era convinto che,non appena avesse osato mettere il muso fuori dalla stanza in cui si trovava, qualcosa di terribile sarebbe successo.
Nel frattempo aveva drizzato le orecchie. Aveva spinto il suo udito al massimo nel tentativo di capire in che parte della casa potesse trovarsi
Ivory sapeva bene dov’era il telefono: si trovava esattamente di fronte alla porta della stanza dove presumibilmente si nascondeva la vecchia signora del sonno eterno. Avrebbe potuto guizzare in corridoio, spostare in qualche modo la cornetta,miagolare un qualche messaggio incomprensibile e poi scappare a nascondersi sotto un divano. Cercò di muoversi ma l’inedia e la stanchezza lo avevano debilitato e a fatica riuscì ad alzare il suo corpo dal pavimento. L’idea di guizzare forse era poco realistica ma il telefono continuava a strillare e prima che smettesse avrebbe dovuto raggiungere il corridoio. Con grande parsimonia di gesti si era avviato verso la porta,vi si era affacciato e aveva guardato a destra e a sinistra. Nulla gli era sembrato più ordinario di quel corridoio. Non c’erano nebbioline orrorifiche a rendergli la strada più faticosa ne tanto meno gli era parso di vedere nulla che fosse simile ad una trappola. Con un salto era salito sul tavolino sul quale era poggiato il telefono e con la zampa aveva cercato di sollevare la cornetta. Come aveva posato l’orecchio sul ricevitore, ahimè, l’unico suono che aveva sentito era il tu-tuu della linea libera.
Quasi gli erano salite le lacrime agli occhi, o meglio, gli sarebbero salite se solo avesse saputo come si fa a piangere.
Si era voltato verso la stanza dove ancora stava coricato il gentiluomo. Aveva visto due cose in particolare che non solo avevano attirato la sua attenzione,ma lo avevano anche fatto sentire particolarmente stupido.
La prima era stata il gentiluomo stesso.
La seconda era la causa dei rumori che aveva sentito mentre immobile tendeva le orecchie nella stanza vicina. Un topo.
Come per magia le forze gli erano tornate all’improvviso e si sentiva come investito da una prestanza fuori dal comune.
Aveva abbassato la testa fino quasi a toccare le zampe anteriori, appiattite contro la superficie del tavolino. Poi,mentre il resto del suo corpo già fremeva all’idea di quel pasto caldo a pochi metri da lui, le sue spalle feline si erano mosse come a cercare un equilibrio e i muscoli delle zampe posteriori si erano tesi al massimo,pronti allo scatto. Come volando, si era librato nell’aria. I suoi occhi avevano visto avvicinarsi sempre più la preda,come al rallentatore. Aveva sentito i suoi polpastrelli atterrare senza danni al suolo,le sue fauci aprirsi e richiudersi su qualcosa di tenero e caldo. Con gioia aveva sentito scorrere dentro di se qualcosa di liquido e spumeggiante.
Mentre ancora i suoi occhi erano in fibrillazione per la concentrazione che avevano dovuto mantenere durante il volo, la sua bocca già aveva notato qualcosa di strano nel sapore della cosa addentata. Non sapeva di dolce carne fresca ma di spugnosa ciccia marcescente.
Appena i suoi occhi misero a fuoco la scena, ciò che vide lo portò a voltarsi di scatto e a rivolgere lo sguardo altrove per trattenere un conato. Quello che aveva addentato non era in realtà il tenero topino che aveva adocchiato, ma un infiorescenza verminosa di carne che putresceva davanti ai suoi occhi. Dal corpo del gentiluomo,nei giorni passati, i dolci topolini abitanti come lui in quella casa non avevano potuto fare a meno di staccare qualche pezzo. Piccoli pezzetti che sommati l’un l’altro si erano trasformati in un pezzo di braccio, un po’ di collo, un tocco di mento… Ciò che aveva addentato era il corpo ormai marcio del nobile umano di cui sopra.
Dopo quell’episodio,che aveva fiaccato anche il suo orgoglio di cacciatore, tutto ciò che avrebbe voluto era una morte rapida e indolore.
Ma il destino di Ivory era ancora tutto da compiersi. Mentre mogio si trascinava in camera, uno dei topi mangiatori di uomini si era imprudentemente affacciato alla porta e Ivory lo aveva visto. Con un po’ di fortuna Ivory si era girato e con una zampata aveva mandato a sbattere contro la parete l’esserino grigiastro. Gli si era lanciato addosso e subito aveva addentato il suo collo, senza perdere tempo a giocherellarci, come ogni gatto avrebbe fatto in presenza di un topo.
Finito il lauto pasto il gatto si era leccato i baffi nel vero senso della parola,per quanto avesse constatato che l’ultima alimentazione del topo aveva reso un po’ meno esaltante il sapore della sua carne. Si era convinto che i topi che prossimamente avrebbe trovato nelle stanze della casa sarebbero stati la sua salvezza e che, comunque,per la quella giornata il suo stomaco si sarebbe ritenuto soddisfatto anche se non fosse riuscito a apportargli una seconda dose di calorie.
Si era andato a posare sul divano e aveva lasciato che i suoi occhi si chiudessero per un bel sonnellino pomeridiano.
Quando la sera era sopraggiunta con essa aveva sentito avvicinarsi un certo languorino. Si era appostato vicino al morto in un angolo,in attesa che qualche topolino sbucasse dal suo nascondiglio.
Era rimasto in attesa per quasi tutta la notte e così aveva fatto il giorno dopo. I miasmi emessi dal cadavere avevano iniziato ad essere insopportabili quando, verso mezzogiorno, la temperatura si era avvicinata al massimo del calore. A quel punto non aveva resistito e si era dovuto allontanare.
Appena il sole era tramontato aveva di nuovo preso possesso della sua postazione. Ma ecco che, mentre si concentrava sul suo obbiettivo,fantasticando sul buon sapore della carne fresca, il telefono aveva nuovamente iniziato a suonare. Questa volta con quel po’ di forze che aveva in più rispetto alla volta precedente aveva raggiunto facilmente la cornetta(che con sacrosanta pazienza era riuscito a rimettere a posto), ma con sua grande sorpresa una voce dal nulla aveva risposto al posto suo:
Risponde la segreteria telefonica del numero 46.83.00.286. Siete pregati di lasciare un messaggio dopo il segnale acustico: beeeeeeeep.
Stupito da questa cosa(del resto per lui era la prima volta che una voce, dal nulla, parlava al telefono) aveva atteso che qualcuno dall’altro capo rispondesse. Una voce femminile attaccò a parlare subito dopo il segnale:
-Sono Valentine,c’è nessuno?Hem…Volevo passare a comprare qualcosa ma…vabè,magari richiamo tra qualche giorno…ciao…
Aaaaaaaaghhh!Aveva pensato il gatto!Avrebbe voluto gridare e dirle Sono qui sono da solo e morirò di fame!Ma il dono della parola si vede che era troppo prezioso per venir assegnato a lui.
Rassegnato, si era girato nuovamente verso la porta che dava sulla stanza maleodorante del morto.
Si era mogiamente trascinato nel suo luogo d’appostamento e li si era accucciato. La notte si era fatta sempre più fonda e la luna,con la sua luce biancastra aveva illuminato una pozza di liquido maleodorante che si allargava dal corpo del cadavere verso il povero gatto. Ivory,il quale si era appisolato,si era svegliato per l’odore acre che gli era arrivato alle narici. Di topi neanche l’ombra. Erano già passati due giorni da quando aveva mangiato il suo ultimo pasto,il topo. Si stava rendendo conto che forse gli altri topi ,spaventati, avevano preferito scappare altrove,dopo che lui si era mangiato il loro compagno. La cosa lo aveva demoralizzato a tal punto che ormai nella sua mente un solo pensiero lo distoglieva dall’idea di morire di fame. Nutrirsi del cadavere in putrefazione che gli stava davanti.
Oddio ma cosa ho fatto di male per meritarmi questo? Dov’è il fantomatico amore che, chiunque abbia creato questo mondo, nutre per tutte le creature?Oddio cosa mi tocca fare per sopravvivere!! Aveva pensato disperandosi.
Aveva abbassato il muso verso la pozza biancastra che rifletteva la sua immagine e si era visto,magro, sporco, e stanco.
Quel muso, magari non avete capito, è il vostro. Ma, quando vi accorgete che è così, capite anche qual è un possibile finale della storia. Capite che siete voi davanti a quella pozza,con un cadavere come unico sostentamento. Siete voi, senza più nulla su cui contare, nemmeno un misero topo.
Scomparso chissà dove.
Potete pensare che le cose si rimettano a posto,che c’è sempre il lieto fine. Potete pensare che i vostri padroncini tornino a casa in anticipo dalle vacanze,che qualcuno dei vicini chiami la polizia per l’odore insopportabile o che dei ladri entrino in casa e possiate sgattaiolare fuori dalla porta. Potete credere che voi stessi sarete abbastanza creativi da trovare una soluzione …e non morire di fame. Almeno per un po’ di tempo.
O forse preferireste aver aperto un altro cassetto. Aver scoperto che magari ci sono storie migliori di questa. E magari chiudendo gli occhi il mondo vi cambierà intorno e voi vi ritroverete in quella stanza bianca e vuota…quasi vuota…

Era un sabato pomeriggio e Lov aveva appena ricevuto un’ e-mail che l’aveva fatta sobbalzare sulla sedia. Proprio quella sera l’incanto vivente, la meraviglia dell’universo, la gioia divina, il raggio di sole, avrebbe dato una festa in un locale nella sua città. La cosa non era di per se incredibile ne entusiasmante, è vero. Ma c’era un piccolo particolare che la rendeva così felice. Per la prima volta avrebbe avuto la possibilità (la scusa) di rivolgere la parola a quel semidio che le piaceva tanto.
Lo vedeva con i suoi compagni di classe nei corridoi della scuola,all’uscita mentre accendeva il suo motorino verde. Ogni volta che usciva in piazzetta,il suo cuore batteva forte dalla fermata del pullman fino alla panchina dove abitualmente si incontrava con le sue amiche. Arrivata lì si guardava intorno e lo cercava fino a trovarlo,magari seduto sulla panchina di fronte,intento a parlare con i suoi amici. Lov ovviamente non aveva mai avuto nessun tipo di contatto con lui e, solo saltuariamente, aveva scambiato qualche parola con un paio di componenti del suo gruppo. Per timidezza?Lov non si poteva definire timida. Aveva un gran numero di amici e conoscenti di varie tipologie ed età e amava parlare con tutti anche solo per il puro piacere della chiacchiera.
Ora, bisogna dire che Lov non era la persona dai gusti più facili sulla faccia della terra e ,per quanto non avesse disdegnato avventure più o meno durevoli con esponenti di ambo i sessi dentro di lei era sempre rimasta fedele al suo principe azzurro.
Non avrebbe potuto aspettare oltre.Quella era la sera della verità.
Si alzò dalla sedia e si diresse verso l’armadio.Vi guardò dentro e si mise a pensare a quella che poteva essere la mise migliore per l’evento. Tra tutti i vestiti colorati che spuntavano dai vari scaffali era davvero indecisa su quale maglietta,top,gonna,pantalone,casacca,scarpina,cintura senza parlare di quali accessori di tipo puramente decorativo usare.Del resto sapeva bene che il particolare fa la differenza.Certo avrebbe dovuto ammaliarlo e conquistarlo con ben altre doti ma per attirare la sua attenzione poteva bastare anche un orecchino,purché fosse quello giusto.
Bisogna specificare in che modo Lov usasse “farsi una doccia”.A differenza della maggior parte delle sue coetanee lei amava esercitare tutta una serie di piccoli riti che apportassero maggiore splendore alla sua persona.Per attuarli necessitava di una decina di prodotti per capelli,altrettanti per il corpo e almeno cinque o sei per il viso,trucchi esclusi.Una volta sotto la doccia, Lov si lavava per prima cosa il corpo,poi si faceva due shampoo di tipi diversi, il primo per equilibrare il cuoio capelluto,il secondo per lisciare i capelli. Poi era la volta del balsamo,che,appena risciacquato necessitava una maschera ristrutturante. Infine,una volta levata la maschera passava ad un altro tipo di balsamo,il cui scopo era solo rendere leggeri e profumati i propri capelli. Poi li asciugava col phon,ma solo dopo averli tamponati con una salvietta e cosparsi di spuma per proteggerli. Quando finalmente finiva di asciugarli li spruzzava con uno speciale vaporizzatore contenente semi di lino e vi passava sopra la piastra. Appena raggiungeva il liscio desiderato ci nebulizzava un po’ di lacca e, sulle punte, un po’ di gel e una punta di liquido glitterato.
Non mi sembra il caso di enumerare i prodotti per il corpo né tantomeno quelli per il viso o i trucchi.La scatoletta del trucco,così,a titolo informativo,se qualche curioso l’avesse pesata avrebbe scoperto che raggiungeva i due kg.E tutti di marche come minimo da profumeria.Mai aveva preso in considerazione di comprare dei trucchi che provenissero da un supermercato.Avrebbe compromesso la purezza della sua pelle e attentato alla sensibilità delle sue pupille.
Solo Chanel e co. !
Alla fine ce l’aveva fatta a lavarsi e imbellettarsi ma, guardando l’orologio per poco non le era venuto un colpo.Erano le otto passate e la festa cominciava alle nove.Tra l’altro lei ancora non aveva scelto il vestito adatto all’occasione.
Ad un certo punto le venne in mente una cosa.Come mai la luce dei suoi occhi avrebbe dovuto dare una festa a inizio maggio?Il suo compleanno era a luglio e il suo onomastico ricorreva alla fine di ottobre.Bè, avrà avuto una promozione! Si era risposta senza esitare.Del resto oltre che bello era anche intelligente,da quello che aveva potuto origliare di tanto in tanto e da ciò che le era stato riferito da terzi indiscreti.
Si affrettò verso l’armadio e fece nuovamente scorrere gli occhi su quella massa informe di tessuti variopinti. Non sapeva che tipo di festa fosse e quindi non poteva assolutamente rischiare di sbagliare.Si sarebbe affidata ad un capo classico.No…un classico sarebbe potuto risultare noioso.Ma doveva abolire lo sportivo(e con esso ogni tipo di accenno anche vago a metal-punk-hiphop-grunge-style),il freakkettone con frange e fiorellini e, ultimo ma non meno importante l’elegante eccessivo, inadatto per questioni di età media delle persone che di sicuro avrebbero presenziato alla festa. Cosa le restava? Il famoso mix di capi di vari stili,così da andare sul sicuro e risultare allo stesso tempo originale.
Decise per una gonna a tubino nera(capo elegante), una camiciola con svolazzi rosa tendente al fucsia(capo freakkettone), calze a rete violacee con scaldamuscoli(capo sportivo), scarpe con tacco basso(capo classico).
Si era guardata allo specchio e (anche se non era del tutto convinta) si era decisa a mantenere quel look.
Ora veniva il momento degli accessori.Pochi ma indispensabili. Bisognava equilibrare anche nella scelta di borsette e collanine e così scelse un collarino sottile con piccole borchiette e una pochette piccola di latex nero. Era pronta per uscire.
Guardò l’orologio.Mancava un quarto d’ora all’inizio della festa ma,se il pullman fosse arrivato in tempo sarebbe riuscita ad incontrarsi con la sua amica di fronte al locale,giusto in tempo per entrare puntuali.Scese le scale di casa con cautela per non sgualcire i vestiti,inciampare sui tacchi o,ipotesi peggiore,spettinarsi i capelli.
Arrivata in strada sentì un’odore di terra bagnata tutto intorno a sé ma non ci fece più di tanto caso.Si recò alla fermata dell’autobus con grazia e compostezza ripensando a tutto quello che avrebbe potuto dire al suo divino tesoro non appena ce ne fosse stata l’occasione.
Mentre ci pensava le venne spontaneo schiarirsi la gola un paio di volte.
Mancava solo una cinquantina di metri alla fermata, quando, con sua grande sorpresa sentì un rumore familiare seguito da un altro ancora più familiare.Il primo rumore erano i freni del pullman che si era appena fermato per far salire o scendere i passeggeri.Il secondo ,invece, era il rumore di un tuono ,proprio sopra la sua testa.
Si mise a correre alla massima velocità prevista dai suoi tacchi ma non riuscì a raggiungere il mezzo in tempo e,mentre le si rompeva un tacco negli ultimi metri della sua corsa, vide il pullman allontanarsi senza indugi.
Non appena arrivata alla fermata aveva sentito le prime gocce di pioggia cadere al suolo e come se tutto fosse stato progettato da un’entità superiore,nel giro di pochi secondi era scesa più acqua dal cielo di quanta non ne avesse vista Noè il giorno del diluvio universale.
I suoi capelli si erano arricciati, la camiciola era diventata uno straccetto da quattro soldi e come per magia si era ritrovata fradicia e in ritardo,da sola alla fermata di un pullman che le era passato davanti. Ma poco importava.Il suo trucco era waterproof e lei non si sarebbe certo fatta scoraggiare da due gocce d’acqua.
Per arrivare al locale nella città del suo universo splendente si sarebbe servita di un passaggio da parte di qualche anima pia che l’avrebbe raccolta dalla strada.Alzò la mano col pollice verso l’alto e si mise a saltellare ad ogni macchina che vide passare nei successivi dieci minuti.Tutto invano.
Quando ormai iniziava a perdere la speranza ecco che una macchina grigia, un po’ ammaccata sul davanti le si affiancò e dall’abitacolo sentì una voce urlarle di salire.
Come fu in macchina ebbe uno shock iniziale, seguito,non appena si rimise in strada il veicolo, da un vago senso di timore per la propria vita.
Lo shock iniziale va attribuito alla sorpresa di trovare alla guida della macchina,non una donna in carriera,non un operaio di ritorno dal cantiere,non un’anziana signora in procinto di vedere l’ultima puntata di “Beautiful” registrata il pomeriggio e nemmeno un marinaio in libera uscita.
Al volante sedeva una giovane trans dai lineamenti indefiniti vestita in abiti da sera il che comprendeva una vasta gamma di paillettes e pezzi d’abbigliamento da “ufficio oggetti smarriti” assemblati con un gusto ed un’originalità fuori dal comune.
Il vago senso di timore per la propria vita fu il trovare ai suoi piedi una bottiglia di rum e un barattolo di calmanti entrambi mezzi vuoti.
-Favorisci pure tesoro…io per ora ho fatto il pieno!- fu il commento rassicurante che sentì pronunciare.
La strada per il locale non era lunga e, se tutto andava bene, in massimo dieci minuti sarebbe stata lì.Osservò la sua autista che,una mano sul volante, con l’altra frugava in una borsetta.
-Senti,invece di guardare perché non mi aiuti a trovare le sigarette?
Nooo…le sigarette no!Mi impuzzolisci i capelli!Avrebbe voluto rispondere, ma il risultato sarebbe stato venir scalciata all’istante dall’auto in corsa.
Prese la borsetta e tirò fuori un pacchetto spiegazzato di Lucky Strike.Ne estrasse una e gliela porse.
Con la bocca a “u” la trans prese la sigaretta tra le labbra,poi con l’accendisigari già caldo se la accese:-Io sono Karina.-le farfugliò con la sigaretta tra le labbra.
-Piacere Lov.-le rispose.
La strada che portava alla città era tutta dritta ma a lei sembrò di svoltare almeno quattro volte,una ogni volta che la trans operava un sorpasso.
Come per miracolo alla fine giunsero sane e salve a destinazione. Lov vide la macchina affiancarsi al marciapiede senza esitazioni.Un’uomo sulla cinquantina si appoggiò al cofano e Lov, convinta che fosse un parcheggiatore abbassò il finestrino per dirgli che la loro era una sosta breve. Nemmeno fece in tempo a dire “ah” che vide arrivarsi addosso una spruzzata di vomito rossastro tavernelleggiante. Ci mise un paio di secondi a capire quello che era successo.
-Meno male che non è mia questa macchina,eheheheh…-sentì ridacchiare al suo fianco.Si voltò e la guardò con fare interrogativo,poi scese dalla macchina,ringraziò e chiuse la portiera facendola sbattere.
Davanti al locale in un modo o in un altro ci era arrivata,un poco in ritardo, ma ci era arrivata.Il posto era una specie di pub adibito a semidiscoteca per l’occasione.C’era un bel po’ di gente a giudicare dalla fila. Si avvicinò all’ingresso ancora sconvolta per quello che le era successo ma positiva e pronta a darsi una rinfrescata e affrontare il suo destino.
Davanti al locale la attendeva con faccia spazientita la sua amica.
-Ti aspetto da almeno 20 minuti. Mi spieghi com’è che non arrivi mai puntuale?Che cavolo hai fatto?Che schifoooo…puzzi!
-Senti,entriamo,accompagnami in bagno e poi ti dico. Dai, questa sera è importante. Ma sei riuscita a sapere cosa festeggia il mio capolavoro della natura?
-Boh?! È un mistero…comunque presto lo sapremo. Lui è già dentro e sta per cominciare la serata. Sbrigati…e lava quello schifo che hai addosso.
Entrarono nel locale e vennero accolte da una bella musica tranquilla stile chill out. Si diressero in bagno. Mentre attraversavano la folla Lov non potette fare a meno di cercare il suo bello ma non riuscì a trovarlo. Poco male. Avrebbe avuto il tempo di sistemarsi prima che arrivasse il momento della verità.
Davanti alla porta del bagno c’era un po’ di fila e così Lov ne approfittò per raccontare alla sua amica quello che le era successo. Come ebbe finito di raccontare la storia erano arrivate davanti al bagno delle donne. Una sola ragazza davanti a loro. All’improvviso dal bagno affianco Lov vide uscire l’ultima persona che avrebbe mai voluto uscisse da quella porta.
L’uomo dei suoi sogni.
Lui la guardò con una faccia che dire schifata sarebbe come dire che il quindici agosto faceva un po’ caldino. Abbozzò un cenno di saluto all’amica di Lov e si diresse verso la sala.
Lov a quel punto avrebbe potuto lasciar perdere e tornarsene a casa mollando l’idea di parlarci. Ma ormai era diventata una sfida che andava superata a costo di rimanerci.
E il rischio c’era visto l’andazzo della serata.
Così si lavò,diede una sciacquata alla camiciola e l’asciugò sotto il getto d’aria calda per le mani.
Tornarono in sala giusto in tempo per veder salire l’adone degli adoni sul palco organizzato per l’occasione.Dalle casse usciva,sparata a tutto volume “Bohemian like you” e lui fece un gesto verso il dj che senza problemi mise in pausa la canzone per permettergli di dire quello per cui aveva organizzato la festa.
-Vorrei ringraziarvi tutti per essere venuti a questa festa pur non sapendo né il motivo né chi fosse il festeggiato…-
Lov era in quinta fila davanti al palco,con gli occhi sognanti si perdeva nei suoi gesti e si immaginava un seguito del tipo:…e sono contento di annunciarvi che siete tutti stati invitati per poter essere testimoni del momento in cui chiederò a Lov di diventare la mia ragazza.Poi se lo era immaginato scendere dal palco e prenderle la mano pronunciando le seguenti parole:Lov,ti prego,perdonami per non averti mai…
Ma in quel momento Lov udì:
-…e sono contento di annunciarvi che sposerò la ragazza che da ormai sei anni a questa parte mi ha accompagnato nel bene e nel male e che presto mi darà un figlio.La mia ragazza!
Uno scroscio di applausi era esploso nelle orecchie di Lov, la quale, incredula, si era sentita esplodere un nervoso da terza guerra mondiale nello stomaco.
Voltò i tacchi,o meglio, quello che ne rimaneva, e fece per avviarsi verso la porta.Proprio in quel momento ripartì la musica dei “The Dandy Warhols” a palla e qualcuno le posò una pesante mano sulla spalla. Voltandosi vide un’omone grande e grosso, un afro di almeno due metri, guardarla con sguardo torvo:
-Signorina,le dispiace seguirmi?
-…mah?
-Da questa parte prego.- le disse.
Per evitare figuracce lo seguì fino alla porta di ingresso dove,con uno strattone venne buttata fuori dal locale,perse l’equilibrio e cascò col culo a terra.
-Mi dispiace ma gli infiltrati non sono ammessi,tanto più se sporchi e puzzolenti come lei.
-…- Non le uscì nemmeno una parola.
-Hey bellezza,vuoi una mano ad alzarti?
Era l’ubriaco di prima che,non avendola riconosciuta ora le porgeva una mano incrostata di resti di cibo vomitati e secchi.
-No,grazie,ce la faccio…
-Sei sporca qua…erh..erh…-Disse l’ubriaco dandole una manata sul sedere.
-Heyyyy!!!Razza di maiale idiota ubriaco del cazzo!- la rabbia post nucleare le era uscita all’improvviso e ora si scatenava senza freni sulla pelle di quell’uomo.
-Chi cazzo ti credi di essere,la principessa del Galles?-gli rispose lui.
-Levami le mani di dosso schifo vivente!
-Ora te lo faccio vedere lo schifo,puttana!
L’aveva presa per la camicia e la stava trascinando lungo il marciapiede verso un vicolo la vicino quando Lov,che si guardava intorno alla ricerca di una via d’uscita aveva visto la macchina della trans parcheggiata dove l’aveva lasciata prima. Il finestrino era abbassato. Senza nemmeno rendersene conto aveva mollato un calcio in uno stinco del tizio. Si era messa a correre e arrivata alla macchina in pochi secondi si era resa conto che non solo le portiere non erano bloccate, ma le chiavi erano inserite nell’accensione.Le girò premendo con tutta la forza che aveva sulla frizione,ingranò la retro e… prese in pieno l’uomo che nel frattempo l’aveva seguita.
Oh mio dio…pensò.
Fu un attimo, come in trance inserì la prima e sgommò senza nemmeno guardare se arrivavano altre macchine. Sbirciando dallo specchietto retrovisore vide che l’uomo non si alzava. Non aveva motivo di preoccuparsi.Era solo davanti ad un locale gremito di gente e lei era solo su una macchina che non le apparteneva e che non apparteneva nemmeno all’anima pia che l’aveva accompagnata prima. Non poteva fare altro che liberarsi della vettura al più presto e tornarsene a casa.
Imboccare la strada che portava al mare le parve una buona idea.
L’unica cosa che le era venuta in mente era un’azione energica alla 007.Lanciare la macchina giù da una rupe e tornarsene a passaggi a casa.O anche a piedi. L’importante era far sparire il veicolo.
Superato l’ultimo semaforo della città premette sull’accelleratore e sgommò via.
La strada per raggiungere il punto in cui aveva deciso di “entrare in azione” non era lunga ma prima fosse arrivata alla rupe e prima si sarebbe tolta il pensiero.Tutto intorno a lei era buio,solo campagne, per lo più abbandonate.
Non ci mise più di quindici minuti ad arrivare e come fu lì un pensiero la colse all’improvviso.
In quella rupe ci avrebbe buttato non solo la macchina.Anche la gonna a tubino nera(capo elegante), la camiciola con svolazzi rosa tendente al fucsia(capo freakkettone), le calze a rete violacee con scaldamuscoli(capo sportivo), e infine quelle merdose scarpe con quell’unico tacco basso(capo classico).
In macchina aveva trovato una giacca di pelle nera e un paio di New Rock nere.Si sarebbe fatto bastare quel che aveva.E come fosse tornata a casa avrebbe dato fuoco a tutte le cremine,i trucchi e a tutti quegli orrendi vestiti colorati.
Arrivata sulla rupe fece giusto in tempo a frenare.La macchina si fermò a meno di cinquanta centimetri dal bordo della scogliera.
Tirò il freno a mano e prese il giaccone e gli anfibi.Sul cruscotto c’erano delle sigarette e un’accendino.Prese entrambi.Poi diede fuoco al sedile affianco,che subito si incendiò.
Scese dalla macchina e abbassò il freno a mano.Fece il giro intorno alla vettura e poi,senza neanche troppa fatica, la spinse giù dalla rupe.
Si sdraiò per terra e,tenendosi con le mani sul bordo delle rocce guardò in basso.Vide la macchina schiantarsi al suolo con fragore mentre il fuoco divampava. Era uno spettacolo magnifico che finora aveva visto solo nei film.
Si alzò in fretta,colta dal timore che qualcuno,vedendo l’incendio chiamasse la polizia.Si incamminò lungo la strada,tenendosi però riparata dalla sterpaglia che divideva la spiaggia dall’asfalto.Come si fu allontanata di tre o quattro chilometri scese lungo un sentiero che portava al mare e, steso il giaccone in terra, con addosso solo la biancheria intima si gettò in mare.
L’acqua era gelida ma non le importava:voleva lavarsi via tutto ciò che le era accaduto quella sera.Voleva rinascere.
Si tuffò sott’acqua, in quell’acqua nera e fredda.Come riemerse qualcosa le galleggiava affianco.
Nella poca luce che
Era caldo in superficie,appena tiepido dove l’acqua ne lambiva i bordi.Più cercava di capire cosa fosse e più un cattivo presentimento le si affacciava nel cervello.
Puzzava di bruciato e lì per lì aveva pensato potesse essere uno dei pneumatici della macchina,sbalzati in mare con l’urto.Ma come si era messa ad esaminare una delle estremità della cosa fluttuante davanti a sé, si era subito resa conto di cosa fosse:un essere umano.
-Uaaaaaaaaaaaaaggghh!- aveva gridato nella solitudine della spiaggia,allontanandosi di scatto da quel cadavere fumante.
Poi aveva pensato:Non lo devono trovare.Se venissi scoperta,una cosa sarebbe un’incidente in macchina,un’altra sarebbe omicidio.
Si tuffò di nuovo sott’acqua, con tutta la forza che aveva sollevò la pietra più grossa che riuscì a trovare e portò il corpo poco più al largo,dove non si toccava.Con un po’ di fortuna fino a metà giugno nessuno sarebbe venuto a farsi il bagno da quelle parti e per quel periodo il corpo sarebbe stato consumato dai pesci e dalle correnti.Lo scheletro sarebbe stato ritrovato ma sarebbe stato più difficile indagare sull’accaduto.
Coprì il corpo con tutte le pietre che riuscì a trovare,poi uscì dall’acqua,si vestì e si incamminò a piedi lungo la strada. Per due volte dovette nascondersi dietro ad un cespuglio per sfuggire agli sguardi di due volanti che passavano velocissime sulla strada.Ci mise tutto il resto della notte ad arrivare nei pressi della sua città.
Pensava di tanto in tanto che la cosa che accomunava la sua vita di merda a quella perfetta dell’essere splendente era solo e unicamente una: la morte.
Ad un tratto si ritrovò davanti al cartello “Benvenuti” segnale che indicava l’inizio del centro abitato.I piedi le facevano un male assurdo,erano coperti di vesciche. Si sedette su di una panchina in un parco li vicino e si accese una sigaretta.Il cielo iniziava a rischiararsi.
Sotto di lei una grossa pozzanghera rifletteva l’immagine degli anfibi che coprivano le gambe nude, dell’impermeabile e ,infine della sua faccia.O meglio di quello che ne restava.I capelli erano un accozzaglia di ciuffi sparsi qua e la,tenuti su dal vomito,dalla salsedine e da quel poco di gel che forse le era rimasto in testa.Sulla sua faccia non rimaneva altro che due strisciate nere di trucco colato sul viso. Una smorfia disgustosa era tutto ciò che le rimaneva del suo rossetto kiss-proof messo poche ore prima con tanta cura.
Quella faccia, magari non avete capito, è la vostra. Ma, quando vi accorgete che è così, capite anche qual è un possibile finale della storia. Capite che siete voi davanti a quella pozzanghera,con gli occhi che dicono ”Assassina”. Siete voi, senza più nulla su cui contare, senza più nemmeno la vostra faccia.
Persa chissà dove.
Potete pensare che le cose si rimettano a posto,che c’è sempre il lieto fine. Potete pensare che l’uomo meraviglia molli la sua ragazza e il bambino che aspetta da lei e scappi via con voi, che l’ubriacone (sempre che non sia morto anche lui) non si ricordi la vostra faccia e che nessuno trovi mai il cadavere che avete sotterrato sott’acqua. Potete credere che voi stessi sarete abbastanza freddi per cancellare dalla vostra vita tutto questo…ed andare avanti. Almeno per un po’ di tempo.
O forse preferireste aver aperto un altro cassetto. Aver scoperto che magari ci sono storie migliori di questa. E magari chiudendo gli occhi il mondo vi cambierà intorno e voi vi ritroverete in quella stanza bianca e vuota…quasi vuota…
Intanto che finisco di scrivere i racconti spin-off...Spero di farcela per il primo settembre!In realtà non vedo l'ora di fare il fumetto,anche se so che sarà difficile!



